domenica 17 aprile 2011

lettere dal fronte

Sull’altipiano di Asiago c’ho lasciato appena una lettera, la migliore. C’ho lavorato tutto quest’inverno e alla fine niente di che. Niente di che per un ufficiale di complemento, niente di che nelle parole che ti scrivo e non c’è più un grumo di verso da dedicarti. La mamma laggiù sta bene, lo so, e anche il babbo lavora i campi con la tigna del vecio. Vecio qui da noi vuol dire maestro, e spero un domani rincasare dal fronte per potertelo ancora gridare. Invecchiare nei campi.

Il silenzio che c’è dato qui in sorte somiglia al legno messo sul fuoco, il silenzio crepita, il silenzio è un bagliore un attimo prima del botto. Sapessi amore, che genere di spettacoli ci tocca qui sopportare. L’altro giorno la capra ci è scappata di mano, la capra gridava come una gatta in calore quando l’abbiamo abbattuta. I ragazzi del 6° la stavano ancora pulendo quando ho avuto uno scatto improvviso e ho scritto il tuo nome sulla roccia d’ingresso del 4° Brigata Sassari. Se un domani verrai quassù, se un domani il granito avrà avuto ancora ragione del tempo, arriva fino alle pendici dello Zebio e metti un fiore sulla trincea di comando. A volte penso alla morte, è vero. A volte la vita va così in fretta che è davvero difficile farsene una ragione. Tu non fartene un cruccio.

Qui da noi non c’è mai abbastanza inchiostro per le parole migliori, le parole migliori sono roba da borghesi e qui mi tocca troppo spesso ripiegare, lavorare di picchetto. Io non lo so se le parole migliori stanno dalla mia parte o magari appiccicate sul reticolato di un altro modo di vedere le cose. Io so solo che il mio nemico non lo comprendo quando gli pianto la baionetta nel petto e grida forte e grida a lungo e grida “Nur!”. Da quassù le cose le vedi per quello che sono e non c’è mai abbastanza tempo per affezionarcisi troppo. La licenza breve certo, ma poi tanti giorni che ti sfondano l’anima e ti fanno la vita ogni giorno più muta. Domani c’è l’attacco al canalone nord-ovest di Campigoletti, qui facciamo tutti finta di niente.

Vieni, vieni quassù amore mio, vieni a vedere la primavera quando la guerra ti lascerà il passo, vieni quassù e fermati un attimo sulla Lunetta dell’Ortigara. Tra i monti Zebio e il Mosciagh, tra la Caldiera e il Portule, il XXII Corpo d’armata cerca di sfondare le linee nemiche. Vieni quassù e stringimi forte la mano.
E poi tu mamma, sapessi che razza di onere ci tocca qui sopportare. La morosa lasciata al paese, la bella che ci aspetta, la più bella di tutte che sei tu che non la smetti mai d’informarti al comando. La paura sta tutta in questo volarsene in aria in un battito di ciglia, il frignare assordante della 20mm, lo squarcio metallico delle granate a due passi dalla trincea. La paura sono gli occhi che scavano la fossa nei giorni comandati, l’ordine che viene dall’alto, l’eventualità che domani sarà finalmente il mio turno.
Sapessi mamma, gli occhi azzurri del sottoufficiale di complemento. Oggi mi parlava del figlioletto che a dodici mesi ha imparato a dire... “mamma”. Mamma è la prima e l’ultima parola di un soldato in guerra, mamma è un sostantivo rubato a una guerra.

Domani ritorno e avverti la Nora di prepararmi un bel bagno. Un bagno è quel che ci vuole per scrollarsi di dosso una guerra. E’ il 10 di giugno del 1917 e il sottoufficiale Carboni ha ordinato l’attacco. Oggi ci tocca la lunetta di monte Zebio e speriamo di non fare brutta figura. Io ce la metto proprio tutta mamma, io ho gli occhi lucidi e già il fucile puntato.


domenica 3 aprile 2011

Il Migliore

Lo spettacolo è finito, la luce fissa le mattonelle e gli avventori tolgono il disturbo che non c’è più bisogno d’aggiungere altro. L’infermiere spegne il click dell’alimentatore meccanico e butta via quei due ultimi cartoni di succo alla pera. Il comodino adesso è libero, c’è una luce bella che filtra dalle tapparelle e non è per niente un brutta giornata. C’è ancora spazio per un grammo d’amarezza, forse qualcuno saprà fare di meglio, forse qualcuno potrà tentare l’impresa e resistere al fato. Domani.
Ce ne andiamo via dal supermarket degli affetti e tagliamo dritti per la superstrada dei ricordi. Io c’ho sperato, io ce l’ho messa proprio tutta per convincerti a restare: Non è servito, non servirà domani, non serve mai.

Belli i tuoi occhi l’ultima volta che m’hanno salutato, belle le tue labbra malate l’ultima volta che m’hanno screpolato le guance. Cammino da solo su un’arteria della Portuense e non so ancora cosa succederà domani, se affonderò la testa sotto il cuscino o se magari mi affretterò nel cesso per tirarmi un po' su di morale. Se tutto il mondo sapesse cosa sto provando forse non mi lascerebbe fissare così insistentemente i pisciacani del muricciolo della Portuense. Io non lo so che strada possono prendere le cose della vita, se magari resistono all’emergenza nucleare o se magari crollano come un cavallo un attimo prima dell’arrivo. Fa niente, la vita è un pacco di pensieri tonti pressati nell’ultimo scomparto del freezer e io faccio di nuovo finta di niente. Mi tengo in disparte che magari sopravvivo, su certe strade io non ci so stare, su certe strade io c’ho perso troppo e i conti non tornano mai. Il problema sono io che resto, diciamo pure in Via del Casaletto, il problema sono io che non mi spiego una dipartita, fosse pure una coccinella che toglie il disturbo dopo tre secondi d’amore epidermico.

Arriviamo sotto casa che è già sera. Io ho gli occhi gonfi e il cuore indolenzito. Dove si va’ adesso Capitano, indicami la strada e facciamo pure finta di niente. Sotto casa c’è ancora tanta di quella luce e un campetto tutto cintato in terra battuta. Jacopo tira bene anche di sinistro, Jacopo salirà in prima squadra perché ha le spalle grandi di suo padre. Il Migliore.

A Massimiliano Lojoli, sempre e per sempre.
07.02.1972 – 27.03.2011