mercoledì 23 novembre 2011

babel

Perché lo sai che ho il cuore malato e le scartoffie in soffitta. 
Era tempo che non si faceva all’amore, tempo che non scrivevo, tempo che colava fiacco sui muri di una stanza. Noi non ci siamo mai arrivati, noi le luci dei grattacieli nemmeno per sogno. Fanno ancora male i tuoi occhi se mi guardano nel petto, sono schegge di vetro che non la smettono d’infettarmi. Vorrei dirti che è tardi e che prima o poi la smetteremo di fare l’amore come i gatti, la lavatrice per quel poco d’umore che resta, la lavatrice col programma C4 per l’ammorbidente. Poi un giorno sono tornato a casa e ho scalato adagio la soffitta, c’era polvere e carta straccia in ogni dove, il campo largo che si toccavano i tuoi seni. Ho messo le mani tra i ricordi e me le sono scottate, spazzato via la polvere e preparato un caffè.

Me ne torno in dispensa mentre là fuori una sentinella abbaia.
Dal terzo piano, una lacrima decolla. 

domenica 17 aprile 2011

lettere dal fronte

Sull’altipiano di Asiago c’ho lasciato appena una lettera, la migliore. C’ho lavorato tutto quest’inverno e alla fine niente di che. Niente di che per un ufficiale di complemento, niente di che nelle parole che ti scrivo e non c’è più un grumo di verso da dedicarti. La mamma laggiù sta bene, lo so, e anche il babbo lavora i campi con la tigna del vecio. Vecio qui da noi vuol dire maestro, e spero un domani rincasare dal fronte per potertelo ancora gridare. Invecchiare nei campi.

Il silenzio che c’è dato qui in sorte somiglia al legno messo sul fuoco, il silenzio crepita, il silenzio è un bagliore un attimo prima del botto. Sapessi amore, che genere di spettacoli ci tocca qui sopportare. L’altro giorno la capra ci è scappata di mano, la capra gridava come una gatta in calore quando l’abbiamo abbattuta. I ragazzi del 6° la stavano ancora pulendo quando ho avuto uno scatto improvviso e ho scritto il tuo nome sulla roccia d’ingresso del 4° Brigata Sassari. Se un domani verrai quassù, se un domani il granito avrà avuto ancora ragione del tempo, arriva fino alle pendici dello Zebio e metti un fiore sulla trincea di comando. A volte penso alla morte, è vero. A volte la vita va così in fretta che è davvero difficile farsene una ragione. Tu non fartene un cruccio.

Qui da noi non c’è mai abbastanza inchiostro per le parole migliori, le parole migliori sono roba da borghesi e qui mi tocca troppo spesso ripiegare, lavorare di picchetto. Io non lo so se le parole migliori stanno dalla mia parte o magari appiccicate sul reticolato di un altro modo di vedere le cose. Io so solo che il mio nemico non lo comprendo quando gli pianto la baionetta nel petto e grida forte e grida a lungo e grida “Nur!”. Da quassù le cose le vedi per quello che sono e non c’è mai abbastanza tempo per affezionarcisi troppo. La licenza breve certo, ma poi tanti giorni che ti sfondano l’anima e ti fanno la vita ogni giorno più muta. Domani c’è l’attacco al canalone nord-ovest di Campigoletti, qui facciamo tutti finta di niente.

Vieni, vieni quassù amore mio, vieni a vedere la primavera quando la guerra ti lascerà il passo, vieni quassù e fermati un attimo sulla Lunetta dell’Ortigara. Tra i monti Zebio e il Mosciagh, tra la Caldiera e il Portule, il XXII Corpo d’armata cerca di sfondare le linee nemiche. Vieni quassù e stringimi forte la mano.
E poi tu mamma, sapessi che razza di onere ci tocca qui sopportare. La morosa lasciata al paese, la bella che ci aspetta, la più bella di tutte che sei tu che non la smetti mai d’informarti al comando. La paura sta tutta in questo volarsene in aria in un battito di ciglia, il frignare assordante della 20mm, lo squarcio metallico delle granate a due passi dalla trincea. La paura sono gli occhi che scavano la fossa nei giorni comandati, l’ordine che viene dall’alto, l’eventualità che domani sarà finalmente il mio turno.
Sapessi mamma, gli occhi azzurri del sottoufficiale di complemento. Oggi mi parlava del figlioletto che a dodici mesi ha imparato a dire... “mamma”. Mamma è la prima e l’ultima parola di un soldato in guerra, mamma è un sostantivo rubato a una guerra.

Domani ritorno e avverti la Nora di prepararmi un bel bagno. Un bagno è quel che ci vuole per scrollarsi di dosso una guerra. E’ il 10 di giugno del 1917 e il sottoufficiale Carboni ha ordinato l’attacco. Oggi ci tocca la lunetta di monte Zebio e speriamo di non fare brutta figura. Io ce la metto proprio tutta mamma, io ho gli occhi lucidi e già il fucile puntato.


domenica 3 aprile 2011

Il Migliore

Lo spettacolo è finito, la luce fissa le mattonelle e gli avventori tolgono il disturbo che non c’è più bisogno d’aggiungere altro. L’infermiere spegne il click dell’alimentatore meccanico e butta via quei due ultimi cartoni di succo alla pera. Il comodino adesso è libero, c’è una luce bella che filtra dalle tapparelle e non è per niente un brutta giornata. C’è ancora spazio per un grammo d’amarezza, forse qualcuno saprà fare di meglio, forse qualcuno potrà tentare l’impresa e resistere al fato. Domani.
Ce ne andiamo via dal supermarket degli affetti e tagliamo dritti per la superstrada dei ricordi. Io c’ho sperato, io ce l’ho messa proprio tutta per convincerti a restare: Non è servito, non servirà domani, non serve mai.

Belli i tuoi occhi l’ultima volta che m’hanno salutato, belle le tue labbra malate l’ultima volta che m’hanno screpolato le guance. Cammino da solo su un’arteria della Portuense e non so ancora cosa succederà domani, se affonderò la testa sotto il cuscino o se magari mi affretterò nel cesso per tirarmi un po' su di morale. Se tutto il mondo sapesse cosa sto provando forse non mi lascerebbe fissare così insistentemente i pisciacani del muricciolo della Portuense. Io non lo so che strada possono prendere le cose della vita, se magari resistono all’emergenza nucleare o se magari crollano come un cavallo un attimo prima dell’arrivo. Fa niente, la vita è un pacco di pensieri tonti pressati nell’ultimo scomparto del freezer e io faccio di nuovo finta di niente. Mi tengo in disparte che magari sopravvivo, su certe strade io non ci so stare, su certe strade io c’ho perso troppo e i conti non tornano mai. Il problema sono io che resto, diciamo pure in Via del Casaletto, il problema sono io che non mi spiego una dipartita, fosse pure una coccinella che toglie il disturbo dopo tre secondi d’amore epidermico.

Arriviamo sotto casa che è già sera. Io ho gli occhi gonfi e il cuore indolenzito. Dove si va’ adesso Capitano, indicami la strada e facciamo pure finta di niente. Sotto casa c’è ancora tanta di quella luce e un campetto tutto cintato in terra battuta. Jacopo tira bene anche di sinistro, Jacopo salirà in prima squadra perché ha le spalle grandi di suo padre. Il Migliore.

A Massimiliano Lojoli, sempre e per sempre.
07.02.1972 – 27.03.2011


lunedì 14 febbraio 2011

no easy way out (in everlasting memory of Marco Pantani)

Stasera appenderò i guantoni al muro e farò di nuovo finta di avere vinto. Mi accenderò una cicca e mi avvierò lento verso la porta a vetri dell’ingresso. Me ne starò lì a guardarti, in silenzio, mentre la pioggia mi picchierà sulla faccia - di nuovo - tutte le sconfitte di questo mondo. Forse una camomilla potrà servire a rimettermi a letto prima del solito, forse una camomilla è davvero il modo più economico di spegnere il cervello. Stasera non c’è bisogno di smorzare la luce, stasera i fari del circo sono così violenti che la gente accorre numerosa. Alla gente piace il circo perché fa il sorriso facile, la gente insegue lo spasso per sentirsi nel mazzo. A volte si spreca del tempo fissando il soffitto, alle volte il soffitto non basta e bisogna pur affrettarsi nella vita degli altri. La vita degli altri è un gatto che t’insegue nel cesso, la vita degli altri sono crocchette al pollo che non bastano mai. So che mi fregherai - un bisogno ti frega sempre - so che farai carte false e pianti isterici e grida scomposte fino a quando non l’avrai vinta. E’ con disarmante superficialità che ci s’impantana nella vita degli altri, con evidente approssimazione che ci si lascia andare. Qui da me c’è da mangiare bene, ed è anche per questo che spesso io chiudo la porta: non posso, non voglio, sentirmi le mani addosso. Stasera me ne resterò appoggiato al vetro e farò di nuovo finta d’avere vinto. Anch’io c’ho qualcosa da vomitare e stasera le lacrime spingono che non c’è verso di trattenerle.

Eri nato coi tendini giusti, il pallone lo calciavi bene sia di destro che di sinistro. Nonno Sotero ci vedeva bene in fondo a quegli occhi, la bicicletta regalata per natale fu qualcosa di inaspettato, un pezzo di ferro che metteva i brividi e un sacco d’invidia. La mamma quella notte ti baciò sulla fronte, quell’inverno nevicò così forte che qualcuno montò le racchette da neve sulla Riviera. “Quando nasce un campione la città si ferma sempre a guardare”, diceva il pazzo di piazza Imperatore. Poi ti alzavi e andavi a disegnare la bicicletta sul vetro, e non c’era già più tempo da perdere perché un Campione ha i minuti che battono di gran lunga le ore. La bicicletta era appena un altro modo di vedere la vita, correre col culo sul sellino non è poi così diverso dal rincorrere una palla sulla fascia destra del campetto. “Basta il vento sulla faccia”, ripeteva la mamma.

Al Fausto Coppi di Cesenatico ce l’avevano col fisico mingherlino e con gli occhi troppo piccoli che non potevano di certo tentare l’impresa. Quando nel ’92 vincesti il Giro dilettanti io non lo sapevo ancora cosa fosse il ciclismo e tutto quel sudore rappreso sulla schiena, io avevo 17 anni e un sacco di cose più importanti da fare. Eppure la compagine dovette ricredersi, aggiustare le cose, riabilitarti. Un anno dopo eri già professionista, con troppa passione da tenere a freno e una tendinite di troppo. Poco male, quelli come te si rialzano presto e se il mondo non la smette di correre tu corri più forte del mondo. Quelli come te ce la fanno comunque perché a quelli come te gliel’ha detto il nonno.

Nel Giro del ’94 arrivano le prime vittorie di Merano e Aprica, secondo posto in classifica generale. Al debutto nel Tour sei terzo dietro al Signor Indurain. L’anno seguente c’è l’Alpe d’Huez, il regno degli scalatori, a 13 chilometri dalla vetta raccogli la sfida e ti lanci all’inseguimento di tredici corridori. “Grand’Italia che pedala” grida De Zan dall’altra parte dello schermo. Gotti e Pantani testa a tesa a 13 chilometri dalla vetta, ed è una roba da non crederci; Gotti che non ce la fa, Marco che getta la bandana sull’asfalto un attimo prima del Mortirolo. Pensi a nonno Sotero che si è perso Coppi perché nel ’49 la televisione ancora non c’era, pensi a tutte le cose vecchie che sanno di rabarbaro e puzzo di naftalina negli armadi. “Se molli adesso ti spacco la faccia!”, grida nonno Sotero nei pomeriggi d’agosto. Ed è anche per questo che 4 giorni dopo t’inventi una fuga di 42 chilometri sulla tappa pirenaica del Guzet Neige. Le cose vecchie ti piacciono un casino, hai gli occhi dolci come i vecchi del circolo Combattenti. Ed è lì che vai a giocare a briscola appena c’hai un attimo di tempo, come se giocartela con loro fosse un modo più garbato di allungarti la vita. E fai banco, di nuovo.

Poi la rottura di tibia e perone e la carriera finita, la carriera sospesa tra i muri del CTO di Torino. Le aspettative d’appendere al muro, le aspettative che danno la sveglia in anticipo e ti rimettono al mondo. La mamma, gli zii, gli amici, i parenti, i tifosi e tutta la gente che ti viene a trovare: che vadano pure a farsi fottere, gli espedienti. La riabilitazione non è facile, credere ancora di potercela fare è un impresa che ti logora il cervello se nel cervello c’è ancora troppo da pedalare. Il ‘96 lo passi in convalescenza, nel ‘97 torni tra i professionisti della Mercatone ma cadi di nuovo sul valico di Chiunzi. Un gatto attraversa la strada. Finisci la tappa in ritardo e dolorante mentre Indurain annuncia il ritiro. Due mesi dopo c’è il tour con l’Alpe d’Huez e un conto in sospeso da sistemare. Come un’ossessione la vittoria ti bagna la faccia, l’urlo sul Saint Etienne è un atto d’assoluzione: sei 3°, dietro Ullrich e Virenque.

Maggio 1998, Giro d’Italia: Alex Zulle è lì a 3’49’’, la talpa svizzera è l’uomo da battere sui gran passi delle dolomiti. Zulle è in difficoltà, a metà della Marmolada parte Tonkov ma vince il compagno Guerini perché hai fatto i tuoi conti. E’ la tua prima maglia rosa, e indossarla ti fa ancora più timido. Ma è sulla salita di Montecampione che si decide il Giro. Pantani scatta, Tonkov resiste, Pantani scatta di nuovo, Tonkov resiste ancora. Io non ci capivo niente di quello sforzo assurdo, io frequentavo il 3° anno d’Università e avevo le lacrime agli occhi perché io un’impresa del genere probabilmente nemmeno nel migliore dei giorni. Tonkov resta in scia, Pantani guarda l’ombra della ruota e la ruota è sempre lì, come un segugio col muso piantato sull’asfalto. Pantani attacca e Tonkov resiste, Pantani attacca di nuovo ma non c’è verso di staccare il segugio. Poi lo strappo a metà dei tornanti e tutta la gente a incitare il Campione. L’avessi visto, nonno, tutto quel carosello sulla salita di Montecampione: 5.000 persone a incitare il Pirata, avresti pagato oro per essere almeno un tozzo di pane sul fondo di quelle tasche. La vittoria è in volata coi televisori che non la smettono di trasmettere il nome: Marco Pantani. Tutto il team della Mercatone si rasa i capelli a immagine e somiglianza del Capitano, la vittoria è per Luciano Pezzi, grande gregario del ciclismo nostrano. Si parte per il Tour.

Alla prima a cronometro Pantani perde 40 secondi in 6 chilometri, Ullrich sembra irraggiungibile e la situazione non è facile. La situazione peggiora ulteriormente nelle successive tappe a cronometro, Pantani arranca a 4 minuti e 21 secondi. Il Tour vive un momento critico, c’è un controllo ad ogni affondo di tappa, la polizia si apposta sui traguardi e non c’è verso di andare a pisciare. Finalmente arrivano i Pirenei, sulla salita del Plateau de Beille comincia la rimonta del Pirata. Ullrich fora, Pantani lo aspetta, poi parte lo scatto del Pirata e il distacco si assottiglia di 1 minuto e 40. Quando arrivano le Alpi, Pantani ha ancora 3 minuti di distacco da Ullrich. Sul colle del Galibier, a quasi 50 chilometri dall’arrivo, Pantani tenta l’impresa. Il Pirata scollina a 4 minuti da Ullrich e vola in discesa. Quando Ullrich taglia il traguardo, sulle Deux Alpes, Pantani copre un distacco di 8 minuti e 57 secondi. Arriva a Parigi in maglia gialla, taglia il traguardo degli Champs-Elysées mentre l’Italia intera festeggia ai caselli dell’estate ‘98. Era dai tempi di Felice Gimondi che non si vedeva un’Italia del genere: Cesenatico esplode.

Ventott’anni sono pochi, 28’anni sono appena un altro giro di boa. L’anno dopo c’è di nuovo il Giro, sulla salita di Oropa salta la catena e nonno Sotero che grida sempre: “se molli adesso ti spacco la faccia”. Il Pirata si ferma e i compagni che lo aspettano, Marco che ha appena ventott’anni e tanti chilometri da mettere in conto. A quota 900 inizia la rimonta, Pantani recupera 40 secondi sul gruppo di testa e si rimette in scia di Gotti e Jalabert. Nonno Sotero è sempre lì, con la canotta sudata e la gola tutta secca. A quota 1.000 raggiunge il gruppo, a quota 1.100 passa il francese di gran carriera. A tre chilometri dall’arrivo Pantani è già solo al comando, nonno Sotero ha finalmente smesso di gridare. Quando taglia il traguardo, sotto il Santuario di Oropa, la storia è già scritta. I trionfi all’Alpe di Pampeago e a Madonna di Campiglio aggiungono solo spiccioli di mancia al trionfo del Giro. Formalità.

Formalità, ma è proprio nei contorni che la vita ti fotte. Pantani viene controllato la mattina del 5 giugno del ‘99 e gli viene riscontrato un tasso di ematocrito superiore al 2 percento sul valore massimo consentito. La gente affolla l’atrio dell’albergo Touring in cerca d’indiscrezioni, la gente sbraita e inneggia al mito. La gente non sa fare altro. Quando alle 10.55 viene data la partenza della ventunesima tappa del Giro, Zaina, Garzelli, Forconi, Borgheresi, Brignoli, Fontanelli, Velo e Podenzana, non partono. La squadra del Pirata, la Mercatone Uno-Bianchi, si ritira dal Giro. Mentre la corsa parte regolarmente per la tappa alpina dei 190 chilometri che, dopo i Passi del Tonale, Gavia e Mortirolo, raggiungerà l'Aprica, Paolo Savoldelli (primo posto in classifica generale) rifiuta la maglia rosa rischiando la squalifica. Così fece Felice Gimondi ai tempi di Mercx. Le storie dei campioni terminano qui, un attimo prima di tagliare il traguardo.

E’ finita. Da qui in poi solo cumuli di sterco e pagine di almanacco su cui scriverci sopra, da qui in poi mai più vittorie né campioni capaci di raccontarle. Un mondo senza gregari, facce stanche sul piano derelitto dei buoni propositi. Non siamo più indistruttibili nonno Sotero, e faresti bene a ricordartelo. Quaggiù non ci sono Campioni né tantomeno attimi di gloria da stingere in eterno, quaggiù la gente dimentica in fretta e se ne fotte di tutto: abbiamo perso nonno Sotero, la verità. Ed è inutile che continui a fomentarmi da chissà quale angolo sperduto dell’universo, il tuo era un mondo indistruttibile dove le tip-top risolvevano il problema, ma qui siamo tutti i giorni col culo sulla strada e sulla strada c’è tanto di quel vento che la bicicletta ci arranca. E allora spengo la cicca e spengo anche le luci dell’ingresso. Spengo il cellulare e spengo anche la vita che per stasera è già troppa.

domenica 9 gennaio 2011

la Quenty




La mia abissina fa all'amore come nessun essere umano al mondo. La mia abissina è gelosa, annusa, quando mi trova mi lecca tutto.