sabato 8 maggio 2010

abstract di una storia (Rosanna non sei tu)

Oggi mi hai mostrato l’anulare col cerchio dorato. L’hai fatto apposta, ed eri anche abbastanza sincera quando mi hai detto: “sono felice di rivederti”. Poi hai posato la mano sinistra sul banco del bar e l’hai tenuta tesa, come a sottolinearne lo stato e l’amarezza. Faccio finta di niente, certe cose non mi toccano dai tempi delle superiori e ho smesso da un bel pezzo con la competizione. Mi chiudo in difesa e limito i danni della tua imboscata: è la tua rivincita e te la concedo volentieri.
Dicono che dall'anulare sinistro parta una vena che finisce direttamente al cuore. La credenza risale ai romani, che erano convinti che in questa vena scorressero i sentimenti. Non avendo l’oro a disposizione fasciavano l'anulare sinistro col ferro, di modo che lo sposo, per sempre, avrebbe potuto garantirsi la fedeltà della propria moglie.
A cosa serve, a cosa è servito, a cosa mi servirà domani quest’ultimo atto di fede. Forse mi aiuterà a giocare meglio le carte, a difendere lo scudo spaziale e a intercettare i missili nucleari. Ci penso e ci ripenso, deve esserci un porto, un cesso, un luogo sperduto fuori o dentro la mente, un anfratto di mondo dove vomitarti per sempre. Eppure non c’è niente che somigli a quei pezzetti di pasta imbevuti di acido e vino rosso, non c’è frammento a terra né grumi di polvere da spazzare per bene.
Niente, non c’è più niente di noi.
Nemmeno il gusto di raccoglierne i pezzi.
Ma invece c’è tutto. C’è un pensiero che si sporca nel catino del bucato o piuttosto nel caffè di ogni mattina, nelle ore di punta. C’è un pensiero ogni volta che mi guardo attorno e mi ritrovo solo alla cassa 4 del supermercato.
A scuola i professori c’insegnavano l’amore ma noi lo facevamo meglio nel doposcuola. Non ci sfiorava il traffico e non ci sfioravano i giorni che se ne volavano via come bolle di sapone. Le lacrime erano un liquido che cercava la sua via di fuga, e le lacrime erano una barchetta che armeggiava sempre il suo porto.
E questo è l’abstract di questa storia, calzino spaiato nel cestello dei panni sporchi. Il resto stinge nella centrifuga e implora solerte il perdono.

domenica 2 maggio 2010

su questa stupida panchina d'aprile

Mi domandi se la febbre è passata, cose del genere. Fai un sorriso che non m’aspetto e che si applica come gomma americana sugli zigomi scavati. Abbasso lo sguardo perché non me lo merito questo tuo modo di startene al mondo, questo accenno di vita puramente formale, retorico. Ma tu m’incalzi di nuovo come se fossi io il malato, la persona speculare a cui elemosinare quel po’ di tempo che resta.
Piuttosto parliamo di noi, di come ci siamo incontrati. Raccontami il momento più bello, parlami di Sally, la canticchiavi sempre e non me la ricordo già più. Come spiegare la tua dipartita, come spiegarla a me e poi a tutti quelli che verranno quando tu non sarai già più in tempo. Come prepararmi per quel trillo di telefono, rispondere che si, io l’avevo compreso, io c’ero ma non l’ho potuto fermare, quel pezzetto di mondo.
Ho la vista annebbiata, un bel po’ di alcool che sembra non sortire il suo effetto, e un blister di antibiotici da gestire in fondo allo stomaco. Sei qui, a nemmeno dieci centimetri dalle mie mani, e non trovo la forza di allungare un mignolo. Il futuro si arresta, il passato se la ride, le aspettative giacciono moribonde su di un lettino d’ospedale che sembra più luminoso di tutti gli altri. Ma è solo il tramonto che ci sbatte di contro, sono i miei occhi che non la smettono di fissare l’intercapedine anodizzata delle finestre della stanza 14, sono io che non voglio capirci più nulla di tutto questo mondo assurdo di affrontare le cose e vedersele ogni volta sfumare, morire d’inedia.
Ora la musica è davvero forte, ce l’ho nelle orecchie perché tu ora la stai fischiettando, e vorrei poterti scandire ogni singola parola perché a ripeterla nel frastuono dei parenti si perde tutta quella retorica che a me tanto necessita. Mi concedo un altro giro di sotto, solo un altro giro al bancone per rinfrancare il coraggio e mischiare le carte. Ti lascio ancora per dieci minuti, lo so che non l’ho mai fatto, che da quando è successo mi sento come una barchetta a cui hanno negato il largo; ma da quando lo faccio mi sento anche un po’ meglio. Forse è così che funziona, forse le cose le capisci meglio quando ci bevi sopra. Le persone vanno e vengono sul vano 14 e io la parte del numeretto non me la sento proprio. Non con te. Non oggi.
Scendo le scale fino al piano terra e mi viene la paura di aver dimenticato qualcosa più indietro, la colazione a letto, le molliche sull’inguine o magari tutto il resto, che ne so. Perché la colazione a letto c’entra con l’amore che non si racconta, e perché è così che troppo spesso le lascio andare, le cose: di mattina presto il più delle volte, con una tazzina di caffè in una mano e la sigaretta nell’altra. In mutande.
Sorseggio la mia storia, ne assaporo il retrogusto, me la passo sulla lingua e tra i denti, la guardo scendere velocemente giù per le scale, voltarsi un attimo e infine buttarsi in strada ingoiata dal traffico. Per sempre. E’ così che vanno le mie, di cose.
Mi fermo solo un attimo per le sigarette, due battute col barista, qualche considerazione sulla finalissima di Champions, poche parole gettate sul bancone come fossero spiccioli di mancia. E poi il vodka lemon che brucia nell’esofago e di colpo tutto il passato che affiora trasparente quanto il cristallo limpido del bicchiere vuoto. Ma è solo un rapido, ingenuo, colpetto di tosse.
E allora corro, corro più forte dei blocchi della ZTL, corro più forte di ogni mia insicurezza. Guardo con la coda dell’occhio tutte le uscite della E45 sfilare via come fossero birilli, guardo la vita appiccicata come una zanzara sullo specchietto retrovisore della mia Clio 1.2 metallizzata come il cielo. E chissenefrega se stasera uso il clacson come un macete da cultori della strada, stasera perdo troppo e mi godo la vita annaspare dall’altra parte della carreggiata, almeno quello.
Parcheggio in centro, faccio spalle larghe sui divieti di sosta. Mi guardo bene dalle tute bianche della municipale, stasera ho solo voglia di giocare a mosca ceca e mettermi a riparo dal mondo. Quand’ero piccolo il mondo stava tutto nell’oscurità di un nascondiglio e non c’era bisogno di andarselo a cercare perché era il mondo che ci pensava. Anche quando per strada non c’era nessuno e la strada sembrava un cemento liquido che scorreva lento sulle chiatte grigie della tangenziale, era il mondo e i suoi sacchi d’immondizia che ti venivano a trovare. E poi gatti neri e camole da pastura a banchettarci sopra. E quando il mondo ti trovava finiva tutto con una conta fino a dieci, e a quel punto ero io che facevo il mondo e tutto il resto che si andava a nascondere sempre troppo lontano. Adesso non sono più mondo e non sono più niente, ho solo paura che tra non molto mi verrai a stanare e che mi troverai impotente, inetto, su questa stupida panchina d’aprile.
Attendo la tua comparsa, gli incisivi rugano i polpastrelli, la paura che sai pazientemente trasmettermi. Apprendi il codice della mia insicurezza, tu sai come smettere il gioco.
Faccio le scale due a due, guardo la mia faccia riflessa sui piani opachi del dipartimento. Il tramonto è bellissimo, i raggi bucano le vetrate e si spalmano sulle piastrelle bianche azzurre del policlinico. Stasera ho smesso il vestito migliore e indossato il buonumore fresco di bucato. La notte mi sorride, le luci del reparto rallegrano i miei passi, le donne ricambiano fiduciose il mio sguardo.
- Ci vediamo in centro davanti all’arco.
- Ok. Davanti all’arco, domani.
E’ così che ci siamo incontrati, ora ricordo.

Dai che ce la facciamo con le fragole e con i brividi che se ne volano via. La follia è un aeroplano che barcolla al decollo, e vivere non è mai stato semplice se non c’eri più tu.

mercoledì 28 aprile 2010

la panchina del Forlanini è sola contro aprile

E poi un giorno, davanti al soffritto giusto per la pasta buona con le vongole, arriva la telefonata che dice che le cose hanno preso la direzione che non vedi mai. La direzione che non vedi mai è una voce dell'altra parte del telefono che ha i toni bassi e la raucedine delle brutte notizie. E' lenta, incapace, sudata, ha una massa radio opaca di 2 centimetri nell'asse mediano delle vie biliari e ancora tanto fiato da spendere. Questo è quanto, il soffritto procede incurante sul fornello e non c'è bisogno di aggiungere altro. Questa è la vita che si muove di fianco, sordida, impalpabile, cristallina; o piuttosto quella di dentro, indipendente, cellulare, logica. In ogni caso meglio dell'altra, quella degli utili borghesi e le rette insolute a fine mese. Non venitemi a dire che la vita epidermica è più incoraggiante di quella di dentro, non venitemi a dire che là fuori è la vita. La vita è una cosa che non te la spieghi, con le favole che sanno di fregatura al primo incontro. Devo spingere con il Subbuteo, sognare e affondare sulla fascia come fossi un campione. Perché la vita è anche spingere e spingere e conquistare a fatica quella bastarda illusione di farcela.
Solo un attimo, scendo solo un attimo per un caffè, te lo prometto che ritorno. Non posso lasciarti un secondo che già ti metti a frignare e non la smetti mai di serrarmi la mano. Di cosa ti preoccupi? Di cosa hai paura? Guarda che ritorno, guarda che saranno in tutto 6 minuti, il tempo di scendere di sotto e sbattere la testa contro la macchinetta dell'ingresso. Il tempo che ci mette l'infermiera a fare il prelievo dei marker e a toglierti l'ago cannula dal braccio. La vita è anche questo, levarsi dai coglioni in tempo utile, uscire dal letto 14 del reparto di gastroenterologia e cozzare contro il seno prorompente dell'infermiera.
- Tutto bene?
No, niente è mai stato tanto lontano dallo stare bene come Oggi. Le scivolo di fianco con un sorriso, lei fa le fusa. E poi piango, dio sa quanto piango poggiato su quella panchina di cemento del Forlanini. E non sai che fatica il dover pensare alle scale, doverti ancora raggiungere. Ah, se avessi ancora la bmx e i miei prati di erba medica! Con quelli si che avrei potuto curarti, era tanto tempo fa e non c'erano ancora le scadenze. Quando faceva notte ce ne tornavamo a casa e il buio era un treno che non passava mai.
Mi senti?

mercoledì 21 aprile 2010

quando ero piccolo il maestro diceva sempre che ero nato libero

Oggi ci siamo incontrati in un bar del centro ed era una vita e mezzo che non lo facevamo: sederci allo stesso tavolo e ordinare un toast e un panino. Io mi sono seduto dal lato che dà sulla strada, che lo sai che mi piace assentarmi ogni tanto e curiosare tra la gente che passa. Tu questo mio modo di abbandonarti me lo hai sempre perdonato, ed è per questo che mi piace così tanto quando parli e poi parli e io mi sembro una suppellettile di cristallo sempre in bilico nella tua giornata. Ogni volta che cado faccio un sacco di rumore e tu sei la sola che riesce a rimettermi assieme, scovare i pezzetti nell'angolo e setacciarli dalla polvere. Incollarmi.

Mi chiedi perché ho lasciato il network e io guardo fuori la gente che passa. Eppure lo vedi anche tu che non c’è verso di capirci mai niente, che le persone ognuna c’ha la sua vita e va a finire che con tutte queste vite messe assieme non se ne fa mai una da sola. E’ difficile spiegare certe cose, le parole non arrivano quasi mai a destinazione e per ora ci si deve accontentare di un’intuizione.
Quando ero piccolo il maestro diceva sempre a mia madre che ero nato libero.

Si è come ci riesce di starcene al mondo, tra mal di testa e gente che s'incastra. Più spesso nella distruzione, nella gratificazione di una partenza che offre le più interessanti possibilità di impiego. Io questo non l’ho mai capito, e non troverai mai le mie parole giuste a ricordartelo: in questo ufficio di collocamento, viverti non mi è mai bastato.
Poi, di colpo, tu era già dall’altra parte della strada e io non avevo più nulla da stringere.

mi chiedi ancora perché me ne vado e non chiudo mai bene la porta quando lo faccio

Mi chiedi ancora perché me ne vado e non chiudo mai bene la porta quando lo faccio. Ti rispondo dalla quiete di questo spazio e ti dico che per me la discrezione è l’unico valore che conti. La fuga mi appartiene, e mi riesce bene abbandonare la festa quando tutto il mondo s’accomoda. E s’accomoda troppo. E s’accomoda spesso.
Sai perché le cose, le mie di cose, finiscono? Perché non finisce mai la giornata. Il tempo è greve là fuori, con tutto il suo carico di gente che non si da’ pace per somigliarsi un pochino; il tempo mi annoia. Poi arriva qualcuno, arriva sempre qualcuno che parla e che parla e che sembra non volersene mai andare. E mentre lo fanno, mi passa di fianco lo sguardo del mondo che immagino. E m’innamoro ogni volta perché quel mondo corre più forte, corre più a fondo, corre mentre faccio la fila alle poste e la gente mi parla e io non rispondo perché sono felice. Ma ecco, domandarsi che fine abbia fatto quel mondo non serve poi tanto se poi non c’è stato più il tempo d’immaginarselo. Perché adesso la gente mi scivola di fianco e io non provo più nessun bruciore quando mi tocca. Non la trovo. Non la immagino. Non la tocco. E se la gente mi sfuma alle spalle, io non voglio che sfumi anche tu. Io non lo voglio sabotare questo lampo d’immaginazione.
Ed è per questo che il resto non conta. Non conta più. Perché se ci mettiamo a guardare tutto quello che fa la gente là fuori, i conti col salumiere non tornano e figuriamoci tutto quello che dobbiamo ancora inventarci. La vita è tutto un pensare di parole che rimbalzano e si appiccicano come le palline da ping-pong sotto gli angoli del letto e noi sempre lì a cercare di rimetterle a posto, le palline. E a buttare via il tempo.

Noi non c’eravamo preparati per questo, noi non c'eravamo affatto. C’eravamo guardati di spalle contenti solo di non starcene al mondo. E allora è meglio che c'inventiamo qualcosa di diverso, qualcosa di complicato come i fili del telegrafo o magari la telescrivente semovibile di Creed. E’ meglio che ce ne stiamo al mondo come il carbonio o piuttosto come le colonne di cemento armato. Ecco, voglio prepararmi per questo: studiare la composizione chimica del cemento e sfruttarne le molteplici possibilità d'impiego.

Perché voglio pensarmi solido.
E questa volta per sempre.

martedì 13 aprile 2010

Parigi

Però io a Parigi ti ci voglio portare. Appena arrivati in cima ci prendiamo un caffè all’aeroporto e guardiamo gli aerei decollare dal vetro. Perché il momento più bello della questione è l’attimo che ci ha lasciati indolenti, muti, a improvvisare.
Il belvedere ci ha tolto il respiro e l’ha infilato di traverso nelle valigie, pressato tra dentifrici e camicie fresche di bucato. E adesso che tutto il mondo fa il check-in, io posso solo guardarti e guardarti, mentre mi parli e parli, e io non faccio resistenza. Perché l’amore m’è parso sempre lo scivolare tra le cose dell’altro e resistere alla tentazione di spostarle.

mercoledì 31 marzo 2010

Infilo la chiave nel portone ed entro nel freezer dei ricordi

Infilo la chiave nel portone ed entro nel freezer dei ricordi.
Guardo sulla sinistra la cassetta gialla della posta, e ci ritrovo tutta la corrispondenza che non ho mai assolto. Sommersa sotto centimetri di polvere, ci sei anche tu che te la ridi e te la spassi oltre il vetro sporco del tuo modo di vedere le cose.
Hai lasciato le pentole a screpolarsi in dispensa, tappi di sughero e bottiglie di vino a prendere d’aceto vicino ai fornelli. E sa di tappo tutto questo disordine, capodanno in ritardo e dolci secchi ad ammuffire in credenza.

giovedì 18 marzo 2010

sogno

Bastardi i sogni, figli legittimi della frustrazione.
L’altro giorno facevo il conto dei rumori di fondo e c’era un gran casino nel cervello che ho visto gli anni correre veloci appresso al primo brivido di pelle. Per ogni sogno che faccio ci saranno almeno sette alibi al giorno che mi parano il culo.
E allora pensa che scemo.

martedì 9 marzo 2010

solo i sogni sono veri

Dopo l’amore ho perso sempre, e un attimo dopo sono sempre stato in ritardo.
Dopo l’amore attaccavamo i sogni al soffitto e li guardavamo planare come petali sul cuscino. Oggi torno spesso alla manutenzione, passo la coppale sul legno e il trucco sta tutto nel non vederlo invecchiare. E sul parapendio c’è tanta di quella polvere e tu che torni come il bel tempo a spolverare.

giovedì 12 novembre 2009

tango

Inquadratura dal basso, bandoneon e seggiole di legno. Qualche avventore in sala e un paio di occhi vigili che bivaccano su una pelle bianca quanto un cartone di latte in scadenza. Lei si alza, di scatto, getta i suoi umori nella sala e si dirige con superbia verso il centro pista. Parte la Cumparsita, e poco dopo del mondo non resta che un pacco semi-chiuso, un refuso tagliato via, un cappotto abbandonato in lavanderia e lasciato ad ammuffire per chissà quanto tempo, altrove, in giacenza. E mentre la guardo, e mentre tutti la guardano, penso che non ho mai indossato un paio di scarpe così lucide da meritarmi uno spettacolo del genere. L’eleganza di una donna sta nelle caviglie: sottili, nervose, fragili. Tirate a lucido col grasso dei cavalli da corsa.

sabato 7 novembre 2009

at last

Affondi il mento sulla spalla destra mentre la linea del collo ricama con cura il chiaroscuro della stanza. Mi stai dicendo che da domani sarà tutto diverso e che soprattutto ogni cosa sarà tornata al suo posto, altrove, in un universo fatto di fogli sparsi e matite spuntate. Non hai più stretta per soffocarmi, e d’altra parte un universo non esiste se tutte le volte ce lo dobbiamo inventare. Me lo comunichi col gelo delle tue lacrime, che battono calde sulla mia pelle sudata. Sudata come un fiume che scorre rapido dalle palpebre al pavimento. Sudata di te, di noi, della nostra convalescenza. Che se vorrò cercare, domani, dovrò allungare le mani fino a sentire i muscoli strappare le cartilagini.
Ma ecco, sei ancora qui, poggiata sulla mia spalla, hai gli occhi caldi e il seno duro e i brividi che socchiudono le palpebre, e se non fosse per quel treno in partenza e per la fila che ci attende al binario due, ti avrei già sbattuta sul divano fino a farti implorare un accelerato ritorno.
E invece è con la dovuta calma che ce ne stiamo andiamo. Siamo qui, poggiati in casa, in bilico tra un caffè e una limonata. Con questa assurda musica che ci inzuppa e ci ricaccia dal mondo come fossimo una lenza lanciata a mare.
Il fatto è che non ci graffia lo spiglolo di un quarto d’ora né tantomeno il fischio riverberato del capostazione. Il fatto è che balliamo, e il mondo ai margini non c’interessa.
Anzi, ci aspetta.

giovedì 29 ottobre 2009

lilac wine

Lo prendo quel treno, cambio a Firenze Santa Maria Novella, mi accendo una sigaretta sulla banchina sudicia della sala d'aspetto e poi tutta una tirata fino allla Centrale di Parma. Scendo, prendo l'autobus, suono il campanello, mi spoglio, ti caccio la lingua in bocca e facciamo l'amore fino a confondere i gemiti con le imprecazioni assonnate della nettezza urbana. Mi rivesto, faccio 334 chilometri a ritroso e parcheggio il treno sotto casa, in divieto di sosta.
Sogni d'oro, mon amour.

domenica 27 settembre 2009

cronache di un sabato sera

Solo. Solo mentre il mondo affronta il sabato sera con il vestito migliore e le persone trovano il coraggio di uscire di casa stirando le marce verso la tangenziale.
Eccoli, stipati in fila indiana come carne da macello davanti ai registratori di cassa; posso sentire ansimare e battere forte di tacchi, posso sentire il rumore del fiato rotto dalle scalette del centro, lo scalpiccio sui sampietrini sdruccioli del corso, le risa scomposte e i clacson stonati della terza fila. Da qui, io posso anche sentirli imprecare.

Solo. Solo mentre i subwoofer pompano i bassi ai quattro angoli della città disseminando indifferenza nel mio circolo sanguigno. Solo mentre stringo forte tra le dita l’ultima sigaretta della giornata, solo mentre la consumo, solo mentre la guardo bruciare, mentre la vedo accendersi sul cemento lucido dell’asfalto e rotolare veloce lungo il canale di scolo del guardrail. Incollata allo specchietto retrovisore.

Solo. Solo mentre c’è chi affronta il Grande Raccordo e chi a quest’ora ha già infilato il casello dell’autostrada buttando dal finestrino i resti di una settimana passata a lucidare la scocca del proprio ego. Solo con le mie certezze diroccate, solo nel silenzio del loro assedio, solo mentre la municipale multa un giovane in divieto di sosta proprio sotto il portone dove ho speso il mio tempo migliore, in attesa di un riscontro. E si che poi l’ho avuta la tua attenzione. E l’ho spremuta come arance nel bicchiere dopo giorni di convalescenza.

Solo, solo mentre tento il sorpasso sulla corsia preferenziale, solo mentre osservo i lampeggianti nello specchietto retrovisore comunicarmi la mia inadeguatezza, solo mentre presso la cicca contro il cruscotto della mia Clio 1.2 azzurra metallizzata come il cielo.
E ho finito per colorare d’azzurro il nero dei tuoi occhi, e ho finito per ubriacarmi delle tue parole fino all’astinenza. Per niente stanco, ho affidato il nostro amore al postino affinché suonasse tutte le mattine il tuo campanello.
- Scusa Amore, non ti sembra di correre troppo?

In ogni caso, solo. Solo mentre gli autogrill scivolano via sulla destra, solo mentre le piazzole di sosta fanno a botte con le gite della mia adolescenza, solo mentre disinvolta mi passi una mano sulla cerniera dei pantaloni comunicandomi i propositi del dopo cena.
Solo nella mattina del mio compleanno, solo nella sera di natale, solo nei giorni di festa. Solo nell’ottusa solitudine dei miei angoli di rabbia.
E ho finito di credere ai tramonti di Turner, alle gite di fine settimana coi bambini a rotolarsi sui campi di erba medica.
- Scusa Amore, la porto su io la lettiera del gatto?

Solo. Solo mentre faccio le scale a due a due per non darti l’alibi di attaccare bottone, solo mentre spingo l’interruttore della luce, solo mentre riprendo fiato sul pianerottolo del terzo piano, mentre giro la chiave nella toppa e un attimo dopo sto già annusando l’aria consumata dell’appartamento. Solo mentre calpesto il tappeto persiano e tento la mimesi tra le suppellettili dell’ingresso.
- Amore, ti ho comprato lo spazzolino nuovo... mi senti Amore? E’ in bagno sul portaoggetti, vicino alla mensola...

A volte solo, mentre avanzo lentamente verso il salotto. Getto il cappotto sul divano, mi levo la giacca, slaccio la cravatta; affogo tutti i pensieri nel vortice dello sciacquone. E ho finito per credere che i pagliacci si concedono il lusso del pianto al termine dello spettacolo; che i pittori rimangono svegli sino all’alba, in attesa della luce migliore.
- Amore scusami, ma non vieni a letto? Guarda che ti aspetto...

Solo, solo nel riflesso della mia faccia bianca sullo specchio del bagno. Solo mentre lo spazzolino lavora di fino lungo l’arcata dei miei trentadue. Solo mentre massaggio con cura la mia virilità preparandomi ad un incontro che stanotte affronterò sulla destra, dalla parte formale del letto.
Formale, come i baci che intercetto lungo i nostri corpi freddi, a intervalli regolari. E il nostro orgasmo è solo un treno puntuale nella sala d’attesa di una stazione di provincia.
E ho finito di credere che la spalliera è solo una protesi del nostro matrimonio, che tutte le molle del letto hanno fissato lo smalto antiruggine per carenza di sollecitazioni, che su quel materasso senza macchie ci si può anche danzare, all’occorrenza, nei giorni di festa.
- Scusami Amore, ma adesso ho proprio sonno...

Solo, solo nel buio della camera da letto, solo dal silenzio dell’appartamento.
Vuoto. Deserto. Attesa.
E il crivellare ottuso delle tarme.

PS: - ...ricordati di mettere la sveglia, Amore.

mercoledì 16 settembre 2009

marmore

Ai piedi dell’Appennino reatino, poco dopo il paesino di Marmore, lungo la statale di Moggio e poco prima della galleria di Montelungo, c’è un piccolo chiostro con dentro una ragazza in grembiule che serve il caffè. Ha i capelli castano scuro raccolti in chignon, ombretto verde-acqua sulle palpebre e niente fondotinta a mascherare la sua carne pallida.
Mi accoglie con un sorriso celibe e m’invita al bancone, spolverando con un rapido movimento del braccio ogni piccolo granello di zucchero che ostacola il nostro campo d’azione. Denota anni di apprendistato quel movimento rapido e per nulla calcolato. E io lo annuso. E lei lo sa.
- Un caffè, grazie.
- Corretto?
- No, grazie.
- Eppure me lo immaginavo corretto...
- Ti è andata male, stavolta.
La osservo, mentre traffica con le prese metalliche della caffettiera. E’ voltata, di spalle, la canottiera azzurra che lascia scoperto il fondo schiena, la canottiera azzurra che fa a botte con il verde delle mattonelle, la canottiera che s’impiglia nello spigolo del frigo e tira forte dall’altra parte, al di là del bancone. Delinea il contorno delle scapole, e il contorno delle scapole mi acceca gli occhi, si butta in strada, percorre cinquecento chilometri, parcheggia sotto casa, fruga nel cassetto e lucida i ricordi, torna indietro e atterra nuovamente sul bancone. Si inzuppa nella ceramica del caffé e schizza il nero dai miei pensieri.
Fuori, sul bancone.
- Scusami...
- Non preoccuparti, ci sono abituata.
- Non dovresti esserlo.
- E invece si. Che altro ancora?

Mi rimetto in moto, ho ancora settantacinque chilometri da fare. La radio comunica bel tempo e prospettive rosee per i nati sotto il segno del Toro. Mi aspetta un matrimonio e qualche amico da ritrovare. Forse una prima colazione. Un numero telefonico da fare a pezzetti piccoli piccoli e un sorriso da buttare in corsa dal finestrino.
E poi ognuno per la sua strada e che non se ne parli mai più.

domenica 13 settembre 2009

il tuo stile

Il tuo stile è una resina incollata all’inguine, un umore scavato nell’interno coscia e un dolore rappreso fino ai tendini delle tue caviglie. Ciò che non possiedo non mi tange, se non fosse per la rincorsa dei miei giorni verso la punta stondata del tuo alluce destro. Incarnito.
Il tuo stile sta nella tua dipartita. E’ spalmato sul litorale destro della mia schiena diritta come fosse balsamo.
E ti mordi le labbra in silenzio senza il bisogno di rivincita.
L’amore, è uno stile libero.

giovedì 10 settembre 2009

un addio

Guardo le lancette affondare il colpo e mi chiedo se è giusto disertare la tua presenza. E ho pensato che sarebbe stato un peccato non rincorrerti fino all'ultima traversa del corso, proprio lì dove lo spartitraffico violenta la linea retta dei tuoi pensieri. Fino alla fine dell'angolo.
E mentre eravamo impegnati nella traversata dell'Atlantico, milioni di sguardi ci solleticavano addosso e ti solleticava anche l'inverno e io non potevo farci nulla.

martedì 8 settembre 2009

il peso di un bacio

Il peso di un bacio. Lo sforzo di un angolo di bocca per sollevare il peso di un trasloco. C'è spazio anche per te nel cassetto dei ricordi, basta non spingere troppo. Angoli di cameretta dove rincorrersi e armadi saturi di naftalina dove nascondersi. Un giorno mi hai detto: "Ti amo perché sai prenderti cura delle mie labbra". Eppure, tra tutti quei baci che non mi hai mai dato, nemmeno un soffio di tramontana contro cui sbatterci la testa. Sulle tue labbra screpolate, nemmeno un angolo di strada dove vomitare il nostro passato. Prossimo.

giovedì 13 agosto 2009

il retino di Ostia (fine di un amore)

Sfioro la guancia con il palmo della mano destra e con gli aculei delle unghie mangiate ne rigo con cura la pelle. Lo faccio appena due minuti prima della partenza, tanto per darti ancora un buon motivo per continuare a cercarmi. Lo sai che non ho mai sopportato le scadenze, soprattutto quelle imposte, quelle che ti colgono in costante debito d’ossigeno, manco fossero bollette del metano. Vesto i consueti panni del disoccupato, impreco con forza la liquidazione, mi muovo con approssimazione bestemmiandoti contro quei ventiquattro minuti di pausa pranzo che oggi sono stato costretto a concederti.
Non ho più bisogno di dedicarti altro tempo, scapicollarmi come un forsennato in perenne recupero su quei cinque minuti di ritardo. Eppure eccomi qui, incastrato nel traffico dei giorni feriali: vengo a dirti che è finita, vengo a onorare il modesto traguardo dei nostri affetti nell’impersonale ecosistema ferroviario.
La stazione resta pur sempre il miglior luogo per farla finita: ci sono orari stampati su biglietti chilometrici che sanno bene come tirarti fuori dall’imbarazzo di una perdita. E’ un carico d’indifferenza che non riesci a gestire per mancanza di tempo, un epilogo marcato dalla voce invadente dello speaker che comunica a intervalli regolari: “è in partenza sul binario...”. E’ una voce molesta. E una voce puntuale. Come se qualcuno se ne stesse nascosto da qualche parte sotto il colonnato a notificare la fine della tua, di storia.
Le persone ti osservano, le persone nutrono un certo interesse per il corto circuito dei fatti altrui. E tutti i binari di questo mondo non aggiungono poi molto alla destinazione di questa storia. In fondo, per quel che ci resta, un treno vale l’altro. Ed è inutile dilungarsi oltre i convenevoli del congedo quando sappiamo bene tutti e due che puntualmente, o più o meno in ritardo, il nostro treno partirà comunque in giornata.
Stento, nel bisogno di aggrapparmi forte al tessuto connettivo delle tue certezze. Ho studiato con cura ogni parte del tuo corpo, rivoltato e concimato ogni singola emozione. Ma le certezze di cui parlo adesso, le stesse certezze che vedo ora inciampare tra i passi svelti dei pendolari di ritorno, sono un baco che fa la spola tra la polpa e la scorza, un movimento di vita pregresso che non ha più crepe di cielo da riservarmi. Tra poco verranno i vermi a scavare in quell’ultimo angolo di verginità che riservavo alla prudenza dei nostri giorni, e solo allora saprò - con ributtante evidenza - di non avere più polpa da destinarmi.
Siamo alla frutta, amore mio: ce lo dicono i vermi.

Nel trambusto dei cavalloni che atterrano stanchi morti sulla spiaggia di Ostia, ci ritrovo appena due telline e qualche tracina da disincagliare. L’ultima volta che ho stretto le tue mani è stata in quella notte di ferragosto sul litorale laziale, in quello stabilimento a pochi passi dall’idroscalo. Per sapere cosa volesse dire pescare usavo un retino dalle maglie grosse, lo stesso che ai mercati generali mi avevano indicato come setaccio per le vongole più veraci. Separavo il mare dalla sabbia, muovendomi in anticipo sulla marea.
Impigliata tra le maglie della rete metallica, proprio al di sotto della molla del bocchettone, c’ho trovato anche te, aggrappata come un polpo alla ferraglia arrugginita del tuo mondo sommerso. Non ho sostato nemmeno un giorno tra i fondali sabbiosi delle tue certezze; ti ho estratta dal mucchio con la carne ancora fresca, intatta, le caviglie incrostate di salsedine e i capelli ancora intrecciati nell’alga. Non ti ho destinata ai banchi del mercato, né al freddo siderale del surgelatore di famiglia: ma ti ho lasciata nel retino per darti il tempo di marcire in fretta, assieme ai pesci migliori.

Le certezze hanno la consistenza della polvere condensata tra le intercapedini del naso, il moccio pesante del calcestruzzo di quando imbianchi le pareti livide del tuo monolocale. L’unica certezza che mi rimbocca ancora le coperte è lo sguardo di mio padre due minuti prima dell’infarto, l’unica partenza che mi ha reso propriamente libero e capace di aprire le imposte senza opporre resistenza al peso di una perdita. La stessa certezza che tra poco ci smisterà come pacchi da crociera nel frenetico via vai della planimetria ferroviaria, che è poi la topologia di una perdita. Strane certe associazioni d’idee, certe coincidenze e modi di intercettare le cose, non trovi?
Mi ricordo del molo di Villa Clerici, di quando siamo partiti con il primo bus del Cotral e siamo rimasti per due giorni a fare l’amore nella pineta di Lavinio. Allora ero io lo stronzo che schifava la stabilità degli affetti, l’uomo da conquistare e da convincere con la caparbia sicurezza dei tuoi baci.
- Facciamo presto - dicevi, frugando nella cassetta della pesca.
- Dai che stanotte c’è la luna giusta! Prendi il retino...
E prendevo il retino, e lo ripulivo con la cura di una levatrice.
- Dai che stanotte andiamo a pescare i gronchi giù al molo!

Chissà perché è solo nell’inizio e nella fine delle cose che sappiamo collocare nitidamente un’emozione. Io per esempio mi ricordo solo adesso del retino di Ostia e dei giorni trascorsi sul litorale laziale nell’estate del nostro incontro. A distanza di anni mi ritrovo a frugare in un retino di metallo corroso per recuperare appena un frammento di quel giorno. E nonostante tutta la bellezza di quel principio, gli album fotografici e i ricordi da rispolverare come fossero istantanee del giorno dopo, incrociare gli occhi severi del controllore e impattare con lo sguardo in fondo, oltre la fine della banchina.
E’ nel contorno delle cose che ci si perde.

Mi guarderò attorno come un fuggitivo e cercherò una via di fuga nel vapore diffuso del metrò. Ti lascerò sola ad aspettare il tassì in Piazza Esedra senza più domandarmi cosa ne sarà di noi o quale mano sudata frugherà mai tra le nostre cose. Le persone che partono hanno un perdita da occultare, un omicidio preventivato da nascondere nel doppio fondo della valigia. La felicità è un oggetto da occultare, un pezzo di comprensione da deportare lontano, altrove da tutto ma soprattutto da noi stessi; e io vorrei dirti che ho smesso da un bel pezzo di fare il becchino.
Acquisto due biglietti all’edicola del Cambio e ti lascio sola a sfogliare il giornale. Sosto solo un attimo sotto gli orari delle partenze per lasciarti appena l’imbarazzo di una perdita. Strizzo l’occhio al mestiere del controllore, butto la cicca nel portaombrelli della prima classe. Gli orari dei treni sono poco più che numeri da giocarsi all’enalotto, il tabellone di Roma Termini poco più di un cruciverba da riempire con il vuoto dei progetti. Ti lascio sola a grattare lo scorrimano del binario 22 mentre monti sul primo treno dimenticandoti di obliterare. E ti sfioro con la coda dell’occhio, un attimo prima del fischio.
Vedrai, farò un buon lavoro di noi.

Non guardami ora con quegli occhi e non provare nemmeno per un istante a buttarmi le braccia al collo. Ti prego, non provarci mai più.
Sto truffando il sogno per pochi spiccioli di tempo libero, possibile che non lo vedi? Ti regalo il biglietto migliore, un posto in prima classe lontano dal fetore del vagone merci. Investo gli ultimi soldi nel banco prova del nostro amore e l’obiettivo è sempre lo stesso: spedirti il più possibile lontano, al riparo dai sensi di colpa.
Che ingenua che sei, confondere l’amore con l’elemosina dei giorni... Non lo vedi che ti tiro per il collo, che costringo le tue aspettative sull’oro colato dei miei buoni propositi, che t’invito nella dimora dei miei affetti con il cruccio di esibirti all’impietosa critica dei parenti, non lo vedi? Pensi che basti conquistarsi il sorriso della suocera per poter camminare spedita su quei quattro centimetri del mio prato inglese? Il diritto di calpestare i miei giorni migliori e di penetrare nella mia vita con l’ingombro di un caterpillar, nessuno te l’ha dato: la tua carne è così bianca che potrei imbrattarla con l’unghia sporca della mano destra.
E non riesci nemmeno a leggere un segno di inadeguatezza sul mio viso, sui quei quattro silenzi ormai stanchi di procurarsi un alibi. Piuttosto ricordati di ieri, di come serravo il cappio attorno all’amo. E non scordartelo mai più.

La mia è solo un’obiezione di coscienza di fronte alla morte, spicciolo volontariato nel deserto arido delle partenze. E la nostra, di partenza, non aggiunge poi molto al bilancio dei giorni. In fondo, chi vuoi che se ne freghi di noi? Piuttosto spiegami come intendevi procedere nella manodopera degli affetti, in tutta quell’amabile familiarità che manipolavo per poco più di due paste nelle domeniche pomeriggio a pranzo dai tuoi. E dopo avermi messo all’ingrasso come un vitello da destinare ai fasti di Pasqua, dopo aver condiviso il sudore e l’amarezza di questo giorno di afa, spiegami dove trovi il coraggio per dirmi: “a presto, amore mio...”.
Per quanto mi riguarda, ho solo paura di non essere più in grado di mollare la presa, di aver compresso la tua gioia come un articolo sportivo nel codice a barre della mia identità. Le certezze sono caccole che fai fatica a strapparti di dosso, copioso sudore stratificato sulla maglietta dei tuoi giorni migliori. E oggi, per la seconda volta, sento tutta la comprensione di quell’incontro, tutta la complicità che non ho mai assolto, completa, puntuale.
Odore guasto del nostro amore.

E adesso che tutto tace e che mi ritrovo qui a guardare il treno inoltrarsi oltre i muri fradici della stazione centrale, penso che tutta la mia vita non è stata altro che un indugiare oltre il semaforo rosso di una partenza, in pochi sbuffi di vapore e in qualche centimetro di addio.
Guardami, sono qui, immobile, sotto l’ora esatta del binario, a pochi passi dall’obliteratrice meccanica. Guardami adesso, mentre mi frugo nelle tasche, ora che non so più come trattenere le unghie e mi accendo una sigaretta con la calcolata sicurezza di chi è abituato a guardarsi da lontano, manco fosse da sempre sotto il grandangolo della macchina da presa. E muoviti perdio, guardami ora, guarda come tentennano queste gambe, non vedi che la sigaretta trema, la testa oscilla, la schiena è piegata, non vedi che le lacrime si separano per filtrazione, il sale è cristallizzato sugli zigomi e l’acqua sparpagliata sui binari? Non vedi che non trovo più le chiavi della macchina, che le cerco dappertutto e non le trovo perdio, che urto contro i pendolari di ritorno dalla zona industriale, contro il passeggino della mamma, contro il tossico che chiede gli spicci sotto i portici delle sale d’aspetto, contro gli sguardi indiscreti delle adolescenti e quelli interrogativi dei direttori di filiale, contro le puttane che fanno la spola tra Roma Termini e la Tiburtina, contro gli studenti di ritorno dalle vacanze estive, contro il vociare rauco del robivecchi e quello della vecchietta con la busta della spesa, contro il ringhiare dei pastori tedeschi della guardia di finanza che mi annusano il culo, contro il cinismo del metrò e la superficialità degli spazi aperti, contro l’attraversamento delle strisce pedonali e contro il clacson dell’automobile che avverto nitidamente un attimo prima dell’urto.

E adesso che corro a sirene spiegate verso il policlinico, adesso che tutto il mondo si mette da parte lasciandoci il passo, il telefono poggiato sul manicotto della barella squilla a vuoto, violentando gli ultimi istanti di questa storia. Non riesco a muovere il braccio, non posso nemmeno allungare la mano per sfiorare con l’unghia il tasto verde della rubrica telefonica. Vorrei trovare la tua mano, stringerla, premere con i polpastrelli sul palmo della tua mano destra, sentirmi in diritto di non mollare mai più la presa. Non è così che doveva andare, amore mio. Non era così che me l’ero immaginata.
L’infermiere non sa che fare, mi guarda con la comprensione di chi ha capito. Ha le mani impegnate sul respiratore e gli occhi lucidi di chi non sa controllare un’emozione. Forse risponderà prima o poi, se riuscirà a trovare il coraggio di staccare la mano dalla cannula rossa della flebo. E’ un novizio del pronto soccorso, uno specializzando in medicina generale capitato per caso tra gli orari scomodi del turno di notte. Già me lo vedo col camicie bianco dell’ambulatorio prescrivere antibiotici ai vecchietti di paese: “Si riguardi, mi raccomando... Grazie dottò! Saluti a casa!”. I nostri sguardi s’incontrano tra una buca e l’altra del manto stradale nell’imbarazzante silenzio dell’abitacolo; inarca le sopracciglia, trema la sua presa sulla superficie del tampone, sbaglia nell’applicare le ventose della rianimazione cardiopolmonare (RCP). E’ il dolore degli altri che è imbarazzante: e il novizio di turno me lo comunica con tutto l’impaccio del suo prodigarsi. La verità è che non vediamo l’ora di toglierci gli occhi di dosso.
La sirena abbaia ai passanti, il galleggiante del respiratore s’immerge come un grissino sotto la spinta pneumatica delle contrazioni. Volgo lo sguardo sul battiscopa grigio dell’ospedale, non sento più il bisogno di aggiungere altro. E’ andata come doveva andare, come non te l’aspetti.
E ci scappa pure un sorriso.

Restiamo soli, avvolti nel silenzio ovattato del reparto. Ci portano via.
Scivoliamo lungo corridoi impregnati di formalina e soffitti al neon che producono appena una fievole luce bluastra, discreta, impersonale. Torno a sguazzare nel tuo mondo, torno in quell’acquario ordinato di pesciolini rossi e conchiglie semisommerse che mi avevi con tanta dedizione promesso. Mi muovo come un pesce su fondali che conosco a memoria, non ho più paura di avventurarmi come un polipo nel buio pesto delle insenature. Non sento più il dolore, il dolore ha cessato le sue repentine incursioni sulla tempia destra, le gambe sono immobili e il cuore ha smesso di allenarsi con il contatto della tua epidermide da almeno 15 minuti. Ed è la prima volta che mi succede da quando ti conosco.
E mentre l’odore acre del fenolo irrompe come una brezza nella saletta sterile del pronto soccorso, l’Inter vince il suo diciassettesimo scudetto, la crisi economica si aggrava, le Borse toccano i minimi storici, il petrolio schizza a 300 dollari al barile trasformando le pompe di benzina in gioiellerie, il ministro Gelmini chiude l'anno scolastico bocciando tutti d'ufficio per cattiva condotta, si celebrano le elezioni europee, il Pdl conquista il 35,26% dei consensi, il Pd il 23,13, Lega Nord 10,20, IdV 8, Unione di Centro 6,51, Lista Pannella-Bonino 2, 60, impazza Puttanopoli, le farmacie sono assediate dalle insistenti richieste di Viagra®, La Pfizer è costretta ad aumentare la produzione, la famiglia Letizia chiede il permesso di partecipare all’ottava edizione dell’Isola dei Famosi, una scossa di 5.8 gradi della scala Richter rade al suolo l’Aquila, muore Michael Jackson, la Lazio vince la Supercoppa Italiana, l’Italia ospita il G8 nella tendopoli di Coppito, Teheran è sotto assedio da settimane, dimostranti in attesa di risposte rivendicano elezioni democratiche e le pagano col sangue, le Ronde del nuovo ventennio acquisiscono statuto giuridico dal Parlamento Italiano e dal Senato della Repubblica, in Europa avanza il nazionalismo, passa il Ddl sicurezza, nella Russia di Putin Anna Politkovskaja e Anastasia Baburova vengono barbaramente assassinate, 5 operai della Innse si barricano con i propri diritti su una gru elettrica a 6 metri di altezza e a 40 gradi d’indifferenza, è l’estate del 2009 e l’Italia come ogni anno si concede il relax dai buoni propositi, spalmata come grumi di maionese sulle spiagge dei litorali nazionali, cinica e passionale, ma con il sacrosanto alibi delle ferie posticipate. La coscienza va in ferie anche quest’anno, mentre gli italiani arrancano lungo le file chilometriche dei caselli autostradali.
Alla radio impazza “Non riesco a farti innamorare” del neomelodico Sal Da Vinci.

La mano prova a spingersi un po’ più in là, prova a inoltrarsi oltre la coltre di barellieri e medici che discutono sulla 96esima estrazione del Superenalotto. La mano trema. La mano prova a cercarti. Cade penzolante sul lato destro, disegna maldestra il perimetro longitudinale delle mattonelle, si diverte con i contorni delle cose, guadagna tempo. Gli occhi scivolano veloci lungo le facce bianche degli infermieri di reparto che, appena giunti sulla soglia del pronto soccorso, risolvono l’ingombro della tua presenza con un formale: “attenda...”. Il cigolio della porta sbattuta ricaccia la tua voce fuori, altrove, lontano anni luce dal mio dito indice e dalla presa molesta del tuo pollice destro. Emarginati. Internati come profughi lungo i muri deserti della sala d’aspetto.
Non potrai mai più tentare la presa, adoperarti con lo stesso zelo di certe passioni. Le tue mani sono ricoperte di sangue rappreso sull’asfalto di via Palmiro Togliatti, pezzi di meccanica sono sparsi come bossoli sulle strisce pedonali di Via Chiovenda a rinnovarti, come una preghiera, l’esatto punto di rottura.
E non potrai più nemmeno morderti le labbra, guardarmi parcheggiare in divieto di sosta sotto il marciapiede della tua finestra. Ma laverai via lo sporco, graffiando con cura l’asfalto.

venerdì 7 agosto 2009

Pasolini

Ed è così tanto che non parliamo un po'. Ieri ero ad Ostia, dall'"Elvira", a due passi dall'idroscalo. Sono passato a trovarti. C'era il sole, un po' di erba bruciata e due pisciacani che ti facevano la guardia. Poco più in là, oltre la rete metallica del campetto, due ragazzini giocavano a pallone. "Aho!! Ma nun ce vedi?! E' goal!!", gridavano i tuoi ragazzi di vita. Mi sono messo a giocare con loro, di tanto in tanto buttavo l'occhio vicino alla recensione, proprio lì dove ti abbiamo lasciato, a due passi dal cemento duro della statale. Sono ancora forti i tuoi ragazzi, hanno ancora l'avversione per le buone maniere e la faccia brufolosa di Ninetto Davoli sul set del "Porcile". La stessa faccia tosta di chi è abituato a prenderle di santa ragione, ma che sa anche cogliere l'occasione giusta per darle, all'occorrenza. Tutto sommato non c'è stata partita: hanno accoppato anche me.
Ho rimesso in moto e lavato le lacrime dal cruscotto, Pierpa'.

mercoledì 5 agosto 2009

i can't take my eyes off you

Non guardami ora con quegli occhi e non provare nemmeno per un istante a buttarmi le braccia al collo. Ti prego, non provarci mai più. Non lo vedi che che la pelle si screpola, che le braccia hanno gli aculei taglienti di un'emozione, che il contatto delle tue attenzioni lascia l'alone rosso dell'irritazione, non lo vedi? Sto truffando il tuo sogno per pochi spiccioli di tempo libero, possibile che non lo vedi? Ti regalo il biglietto migliore, un posto in prima classe lontano dal fetore del vagone merci. Investo gli ultimi risparmi nel banco prova del nostro amore e l’obiettivo è sempre lo stesso: spedirti il più possibile lontano, al riparo dai sensi di colpa. Ho graffiato i tuoi giorni migliori e li ho visti colare sulla porta a vetri della mia camera da letto... e nonostante tutto, non avere ancora il coraggio di uscire fuori e di mischiarmi alla pioggia.
I can't take my eyes off you.