mercoledì 2 giugno 2010

l'aspirapolvere non si cura della vita poco più in là

Uso l’aspirapolvere di rado, lo uso con parsimonia perché c’ho sempre meno tempo di scovare le camole tra gli angoli del letto. Devo ammettere di aver passato gli ultimi tempi in un porcile di frequentazioni e ambienti poco areati, la polvere sul comodino, la polvere che mi segue come uno stronzo secco sulla scocca lucida del cesso. La polvere sul completo nuovo di mattina presto poi è una cosa che non si racconta. Un giorno mi sveglio tutto sudato e il prurito me lo sento addosso dappertutto, provo a farmi una doccia ma la cosa non funziona affatto. Allora passo in rassegna la rubrica e inizio a eliminare i contatti superflui; sto quindici minuti sulla M di Marco e trentotto sulla F di Francesca. Poco dopo sono già sulle scale che traffico con la vita degli altri, e la vita degli altri è una cosa che lustra avanti e indietro la tromba del condominio.

Buongiorno, mi fa. Salve, dico.
“Come va”? Va come un autotreno in sosta sulla Salerno-Reggio Calabria, dico. E passo via.

Il pensiero ha voglia di uscire di strada, il pensiero è ancora lucido quando affronta l’ultima rampa e si caccia di fuori. La luce è questo giorno che m’abbaia il faro in fondo alla strada, la luce sono i cani che pisciano sui lampioni e una lastra fotografica che m’impressiona nel mondo. Un ragno scappa e risale veloce il nervo ottico, dice che sono due mesi che non esco di casa. Poi incontro le vecchiette che mi salutano e che aspettano la visita dal dottore. Dicono che il sistema sanitario non funziona e che non funziona perché c’è d’aspettare troppo. Mi piace ascoltare le vecchiette quando passano in rassegna i vicoli, le persone, le cose. L’indiscrezione è il verme che premono sull’amo, Il gozzo teso in attesa del pasto. E oggi il pasto è il sindaco che sembra non cambiare il partito, ancora polvere e problemi sparsi sull’arredamento. Gli occhi non la smettono di correre e mi indicano un modo migliore di starsene al mondo: sapere di non essere solo.

Con i vecchi esco dallo studio e partiamo di corsa verso la strada. Sembriamo dei manufatti in avorio di una corsa campestre, suppellettili di marzapane del libro Cuore. Li frego tutti sugli anni e arrivo per primo in farmacia. Qui ho un attimo di blocco perché le farmacie in generale mi provocano il singhiozzo del dilettante, sterili e asettiche come il culo di un neonato cosparso di Amuchina®. Ordino una confezione di Moment e questa volta me la cavo con poco, solo un mal di testa per la notte passata, tutto qui. Torno a casa e affronto le scale fino all’ultimo piano. La vita degli altri è ancora lì sulle scale, e forse le domando com’è che è andata.

E come vuoi che vada… pulivo le scale, non mi sono mossa di qui. Poi, con un colpo di tosse, mi spinge dentro.

Poggio il Moment sul comodino e accendo l’aspirapolvere; mi accomodo sul divano, lo lascio andare per ore. Mi piace sentire il rumore che copre la vita.

1 commento:

ashasysley ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=v2Cexy_bSts&feature=player_embedded

Forse sei un congegno che si spegne da se. Mi fa pensare a te questa canzone. Poter maledire la tua bocca e ricercare la tua pelle su di me, quando questa non c'è.