mercoledì 28 aprile 2010

la panchina del Forlanini è sola contro aprile

E poi un giorno, davanti al soffritto giusto per la pasta buona con le vongole, arriva la telefonata che dice che le cose hanno preso la direzione che non vedi mai. La direzione che non vedi mai è una voce dell'altra parte del telefono che ha i toni bassi e la raucedine delle brutte notizie. E' lenta, incapace, sudata, ha una massa radio opaca di 2 centimetri nell'asse mediano delle vie biliari e ancora tanto fiato da spendere. Questo è quanto, il soffritto procede incurante sul fornello e non c'è bisogno di aggiungere altro. Questa è la vita che si muove di fianco, sordida, impalpabile, cristallina; o piuttosto quella di dentro, indipendente, cellulare, logica. In ogni caso meglio dell'altra, quella degli utili borghesi e le rette insolute a fine mese. Non venitemi a dire che la vita epidermica è più incoraggiante di quella di dentro, non venitemi a dire che là fuori è la vita. La vita è una cosa che non te la spieghi, con le favole che sanno di fregatura al primo incontro. Devo spingere con il Subbuteo, sognare e affondare sulla fascia come fossi un campione. Perché la vita è anche spingere e spingere e conquistare a fatica quella bastarda illusione di farcela.
Solo un attimo, scendo solo un attimo per un caffè, te lo prometto che ritorno. Non posso lasciarti un secondo che già ti metti a frignare e non la smetti mai di serrarmi la mano. Di cosa ti preoccupi? Di cosa hai paura? Guarda che ritorno, guarda che saranno in tutto 6 minuti, il tempo di scendere di sotto e sbattere la testa contro la macchinetta dell'ingresso. Il tempo che ci mette l'infermiera a fare il prelievo dei marker e a toglierti l'ago cannula dal braccio. La vita è anche questo, levarsi dai coglioni in tempo utile, uscire dal letto 14 del reparto di gastroenterologia e cozzare contro il seno prorompente dell'infermiera.
- Tutto bene?
No, niente è mai stato tanto lontano dallo stare bene come Oggi. Le scivolo di fianco con un sorriso, lei fa le fusa. E poi piango, dio sa quanto piango poggiato su quella panchina di cemento del Forlanini. E non sai che fatica il dover pensare alle scale, doverti ancora raggiungere. Ah, se avessi ancora la bmx e i miei prati di erba medica! Con quelli si che avrei potuto curarti, era tanto tempo fa e non c'erano ancora le scadenze. Quando faceva notte ce ne tornavamo a casa e il buio era un treno che non passava mai.
Mi senti?

mercoledì 21 aprile 2010

quando ero piccolo il maestro diceva sempre che ero nato libero

Oggi ci siamo incontrati in un bar del centro ed era una vita e mezzo che non lo facevamo: sederci allo stesso tavolo e ordinare un toast e un panino. Io mi sono seduto dal lato che dà sulla strada, che lo sai che mi piace assentarmi ogni tanto e curiosare tra la gente che passa. Tu questo mio modo di abbandonarti me lo hai sempre perdonato, ed è per questo che mi piace così tanto quando parli e poi parli e io mi sembro una suppellettile di cristallo sempre in bilico nella tua giornata. Ogni volta che cado faccio un sacco di rumore e tu sei la sola che riesce a rimettermi assieme, scovare i pezzetti nell'angolo e setacciarli dalla polvere. Incollarmi.

Mi chiedi perché ho lasciato il network e io guardo fuori la gente che passa. Eppure lo vedi anche tu che non c’è verso di capirci mai niente, che le persone ognuna c’ha la sua vita e va a finire che con tutte queste vite messe assieme non se ne fa mai una da sola. E’ difficile spiegare certe cose, le parole non arrivano quasi mai a destinazione e per ora ci si deve accontentare di un’intuizione.
Quando ero piccolo il maestro diceva sempre a mia madre che ero nato libero.

Si è come ci riesce di starcene al mondo, tra mal di testa e gente che s'incastra. Più spesso nella distruzione, nella gratificazione di una partenza che offre le più interessanti possibilità di impiego. Io questo non l’ho mai capito, e non troverai mai le mie parole giuste a ricordartelo: in questo ufficio di collocamento, viverti non mi è mai bastato.
Poi, di colpo, tu era già dall’altra parte della strada e io non avevo più nulla da stringere.

mi chiedi ancora perché me ne vado e non chiudo mai bene la porta quando lo faccio

Mi chiedi ancora perché me ne vado e non chiudo mai bene la porta quando lo faccio. Ti rispondo dalla quiete di questo spazio e ti dico che per me la discrezione è l’unico valore che conti. La fuga mi appartiene, e mi riesce bene abbandonare la festa quando tutto il mondo s’accomoda. E s’accomoda troppo. E s’accomoda spesso.
Sai perché le cose, le mie di cose, finiscono? Perché non finisce mai la giornata. Il tempo è greve là fuori, con tutto il suo carico di gente che non si da’ pace per somigliarsi un pochino; il tempo mi annoia. Poi arriva qualcuno, arriva sempre qualcuno che parla e che parla e che sembra non volersene mai andare. E mentre lo fanno, mi passa di fianco lo sguardo del mondo che immagino. E m’innamoro ogni volta perché quel mondo corre più forte, corre più a fondo, corre mentre faccio la fila alle poste e la gente mi parla e io non rispondo perché sono felice. Ma ecco, domandarsi che fine abbia fatto quel mondo non serve poi tanto se poi non c’è stato più il tempo d’immaginarselo. Perché adesso la gente mi scivola di fianco e io non provo più nessun bruciore quando mi tocca. Non la trovo. Non la immagino. Non la tocco. E se la gente mi sfuma alle spalle, io non voglio che sfumi anche tu. Io non lo voglio sabotare questo lampo d’immaginazione.
Ed è per questo che il resto non conta. Non conta più. Perché se ci mettiamo a guardare tutto quello che fa la gente là fuori, i conti col salumiere non tornano e figuriamoci tutto quello che dobbiamo ancora inventarci. La vita è tutto un pensare di parole che rimbalzano e si appiccicano come le palline da ping-pong sotto gli angoli del letto e noi sempre lì a cercare di rimetterle a posto, le palline. E a buttare via il tempo.

Noi non c’eravamo preparati per questo, noi non c'eravamo affatto. C’eravamo guardati di spalle contenti solo di non starcene al mondo. E allora è meglio che c'inventiamo qualcosa di diverso, qualcosa di complicato come i fili del telegrafo o magari la telescrivente semovibile di Creed. E’ meglio che ce ne stiamo al mondo come il carbonio o piuttosto come le colonne di cemento armato. Ecco, voglio prepararmi per questo: studiare la composizione chimica del cemento e sfruttarne le molteplici possibilità d'impiego.

Perché voglio pensarmi solido.
E questa volta per sempre.

martedì 13 aprile 2010

Parigi

Però io a Parigi ti ci voglio portare. Appena arrivati in cima ci prendiamo un caffè all’aeroporto e guardiamo gli aerei decollare dal vetro. Perché il momento più bello della questione è l’attimo che ci ha lasciati indolenti, muti, a improvvisare.
Il belvedere ci ha tolto il respiro e l’ha infilato di traverso nelle valigie, pressato tra dentifrici e camicie fresche di bucato. E adesso che tutto il mondo fa il check-in, io posso solo guardarti e guardarti, mentre mi parli e parli, e io non faccio resistenza. Perché l’amore m’è parso sempre lo scivolare tra le cose dell’altro e resistere alla tentazione di spostarle.